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20/11/2009 03:45

Frontiere sconosciute: da Cancun al Belize

di Fabrizio Lorusso

 

Ripropongo in questo spazio un articolo che riguarda il lavoro, la vita e il turismo in una zona difficile e contradditoria, infestata da uragani e cementificazione ma anche orgogliosa e unica al mondo per bellezza: la costa caraibica da Cancun al Belize.

 

Ernesto è un pepenador dell'isola di Hikako o Caye Caulker, un rettangolo turistico e sabbioso di poche miglia quadrate al largo della costa di Belize City, situato alcune decine di chilometri sotto la punta finale dello stato messicano del Quintana Roo, quel pezzo di Yucatan dove fioriscono alcuni celebri paradisi plastificati come Cancun, Playa del Carmen, Chichen Itza e Tulum. Nella foto accarezza il suo cane seduto su una precaria bombola di gas abbandonata nella "sua" discarica.


Ernesto si dedica a raccogliere la spazzatura in modo autonomo con il suo carretto e la sua bicicletta che non ha i freni, per poi dividere questi scarti del sistema e riusare magicamente tutto, dalle marcite assi di legno di qualche palafitta abbandonata al cuoio bucato delle scarpe di un pescatore, dai ferri vecchi, rivendibili sul mercato, ai pezzi di lavatrici, televisori e automobili: un esempio estremo di ingegno e fantasia per il riciclaggio. Si avvicina l'inverno nei paesi ricchi del Nord e sull'isola, parte del territorio del Belize, c'è molto lavoro visto che giungono orde di americani, inglesi e francesi infreddoliti in cerca di tepore caraibico e alternative sensazioni, a partire da novembre fino a marzo per le vacanze della temporada alta. Durante il resto dell'anno, invece, sembra ricominciare la solita vita sorniona, con le visite al contagocce dei viaggiatori più "sensibili" all'etnicità e al valore umano della povertà, muniti di backpack firmato e alla ricerca costante di informazioni con l'I- Pod e la guida Lonely Planet alla mano, immersi in fumi di dolce marijuana 100% naturale e malinconiche ballate di reggae romantico e dub music, suonate per le strade e nei pochi locali notturni, proprio come succede nei migliori racconti stereotipati provenienti dall'amata e vicina Giamaica, quella dei rasta man Bob Marley, dei figli Ziggy e Damian, dei cantanti Buju Banton, Gregory Isaac e Barrington Levy.

Certamente la vita di Ernesto laggiù in discarica, dove abita in una baracca fatiscente insieme a sua moglie Mary, esce dagli stereotipi e dall'idillio di palme sorridenti e spiagge bianche, per adattarsi ai ritmi del turismo e del consumo, non un giorno di vacanza altrimenti non si mangia e la sua signora, che saltuariamente fa le pulizie in alcuni uffici del Comune, inizia a lamentarsi col suo incomprensibile inglese creolo, una specie di "dialetto nazionale" derivato dall'inglese, suscitando le ire del marito. Mi accoglie il pepenador con un minaccioso machete in mano e le mani consunte più nere dell'anima dei sacchi buttati, dato che è tutto il giorno che divide spazzatura in cerca di tesori che solo lui può trovare e, inoltre, sta cercando di riparare i tubi metallici della sua bici, senza la quale gli è impossibile continuare la giornata, la strada, la vita. Mi mostra il suo regno, la sua discarica o, come lo chiama lui senza cenni d'ironia, "il suo paradiso", una fossa grande scavata lì, affianco al minuscolo aeroporto dell'isola e lontano dalla vista e dal naso dei visitatori, intimiditi dai fumi della monnezza in fiamme e dal lezzo della sporcizia da essi stessi regalata allo scaltro Ernesto che, l'altro giorno, è stato impegnato da una lotta contro un caimano entrato nel suo territorio selvaggio. "Ha staccato un pezzo d'orecchio a uno dei miei cani ma ci siamo salvati!" mi dice ridendo di sottecchi. Com'è strana e curiosa la pubblicità che ci regala paradisi perduti e tesori in ogni dove, anche se poi, in ciascuno di noi questi sogni, questi edenici ricordi caraibici si materializzano in ben diverse aspettative e condizioni materiali. Ernesto vede il paradiso da un'altra prospettiva davvero.

Senza età e senza giovinezza alle spalle, il Nostro comunica in inglese, più o meno, ma conosce benissimo anche lo spagnolo, la lingua più parlata in Belize nonostante l'ufficialità e la legge prescrivano d'usare l'idioma della ex madrepatria e della regina, sorridente icona stampata sulle banconote d'ogni taglio e valore. Pare immenso il desiderio di don Ernesto, dueño del basurero fiammante, d'incontrare persone che, come me, vengono dal Messico e gli possono raccontare ciò che succede in terra azteca, visto che sua madre era dell'isola ma il suo compianto padre era messicano, cento per cento cabrón, mi dice, dato che dopo alcuni anni li ha abbandonati con infinita maleza. Aquí la vida cuesta cara carnal! - mi grida dall'alto di una bombola del gas arrugginita, sfoderando il machete e richiamando i suoi quattro cani da discarica all'ordine.

 

Il pepenador dell'isola guadagna al massimo ottanta dollari BZN, la moneta locale, cioè 40 dollari USA, che sono appena sufficienti in questo paese così stranamente più caro rispetto al Messico e alla riviera maya dei grandi hotel. Da vent'anni il tasso di cambio viene mantenuto artificiosamente fisso a 2 dollari del Belize per uno americano dalle autorità monetarie, il che favorisce le importazioni e non i dinamici settori agricoli esportatori, oltre a danneggiare la popolazione che deve sopportare un sistema di prezzi adulterato.

Probabilmente il nome del Belize, un paese grande come il Galles incastonato sulla costa dei Caraibi tra lo Yucatan messicano, il Guatemala e l'Honduras, ci ricorda semplicemente qualche programma televisivo dai facili costumi in cui si cerca d'ingannare il concorrente chiedendogli la capitale di un paese esotico la cui risposta sembra essere ovvia: Belize City, per analogia con Guatemala City o Mexico City, ben più note megalopoli centroamericane.

In realtà la "Città del Belize" ha smesso di essere la capitale di questa ex - colonia britannica nel 1961 a causa delle distruzioni causate dall'uragano Hattie, uno dei tanti che periodicamente spazzano via le casacce di legno, eternamente ricostruite, e le labili speranze, mai spente, della popolazione, proprio come hanno fatto il devastante Mitch nel 1998 e il più recente Dean, passato tre anni fa e particolarmente ricordato quanto dannoso nel Chiapas di Marcos e compagni.
Belize city elemosina

 

Quindi, un po' com'è successo in Brasile con la costruzione dell'attuale capitale Brasilia, anche in Belize si decise di spostare nel centro del paese il nucleo amministrativo e politico con la fondazione di Belmopan, una cittadella fortino di soli 4000 abitanti che ospita tutti gli edifici governativi, questi sì, di cemento, e che rappresenta solo un hub stradale verso tutte le località, un centro simbolico senza cuore. Il Belize è il più giovane Stato dell'America Latina, meno di vent'anni d'età visto che è nato il 21 settembre del 1981, e deve ancora scoprire la sua identità suggellata idealmente dalla bandiera blu coi bordi rossi e con le immagini in cui un uomo di colore e un bianco sembrano recitare il lemma nazionale "sub umbra floreo" e si reggono in piedi sotto l'albero del mogano, la pianta pregiata simbolo del paese, anche se ormai è estinta in quanto sfruttata dagli inglesi fino alla concessione dell'indipendenza e al contemporaneo esaurimento della riserva naturale.

 

 

In effetti, è difficile la definizione di un'identità quando non esiste integrazione tra le diverse etnie e culture presenti sul territorio ed il razzismo è il sentimento dominante. I discendenti di colore degli schiavi africani impiantati nell'Honduras britannico, oggi Belize, costituiscono la parte maggioritaria ma non hanno mai dominato politicamente né mai hanno avuto un presidente proveniente dalle loro file. Alfred Jr, un rasta pittore che vende le sue opere ai turisti delle isolette turistiche come la famosa San Pedro, la "isla bonita" cantata da Madonna negli anni ottanta, predica pace e amore ma odia gli artigiani e le donne guatemalteche che gli fanno concorrenza coi loro "travestimenti", come li chiama lui, e che hanno più successo coi turisti europei soprattutto.

Mi dice che il razzismo di noi occidentali è tale che preferiamo un artigianato etnico ma modaiolo o "finto maya" alle sue opere originali e puramente artistiche che sono, però, fatte da un "negro" e, quindi, cortesemente snobbate dai passanti intimoriti dal suo colore e dalla sua mole.

 

Meglio un guatemalteco travestito da antico combattente maya dietro a una bancarella di bracciali e stoffe cinesi che un brother nero con i suoi dipinti. Di fatto si nota in alcuni turisti una componente di astio e repulsione nei confronti di Alfred Jr., forse perché con una mentalità molto etnocentrica, s'associa il nero al migrante clandestino in una tragica e distorta equazione in cui Africa significa minaccia e fastidio, aggressività e illegalità e, inoltre, l'idea è che nei paesi europei il migrante sarebbe un delinquente che cerca di vendere tutto o rubare per sopravvivere. Anche l'amico rasta, che da due giorni non vende un quadro, sposa questa teoria mentre rolla una canna e cerca di piazzare un po' di erba a un paio di francesi per "una decina di euro a pugno".

 

Su tutta la costa della riviera maya da Cancun a Playa del Carmen, da Tulum a Chetumal e giù giù fino al Belice, lo sfruttamento del lavoro è all'ordine del giorno e gli stipendi sono depressi dall'enorme afflusso di disoccupati che alimenta le file del precariato e costituisce un gruppo di riservisti sempre pronti a rimpiazzare chiunque a qualunque costo. "Dai tre ai quattromila pesos al mese (meno di 200 - 300 euro) per turni di 10 ore al giorno, sei giorni a settimana passati qua a la barra", si lamenta Juan, barista dell'Hotel Oasis di Cancun, "...e poi resta la mujer, la casa e i figli da mantenere". La triste alternativa c'è e si chiama doppio turno: una quindicina di ore al giorno a fare il cameriere, il guardiano, il barista, il muratore, il facchino, ecc... per arrivare a un salario dignitoso in cambio di una vita privata e sociale ridotta a zero.


Quasi tutti arrivano dalle regioni meridionali del Messico, come Tabasco, il Chiapas, Oaxaca, Puebla, la capitale o Veracruz, in cerca di migliori condizioni di vita e poi, quando hanno trovato un lavoro più o meno stabile (per quanto il termine possa ancora avere un significato visti i tipi di contratto flessibile in boga), richiamano le loro famiglie per costruire la Cancun del boom demografico (siamo quasi a quota 800mila abitanti accumulati in vent'anni), dei grandi alberghi e delle megadiscoteche da 40 euro a sera, per chi può permettersele. Lungo gli oltre 20km della costera degli hotel, nella cosiddetta zona hotelera, la battigia s'è di fatto trasformata da bene pubblico federale a bene privato visto che le strutture fisiche degli hotel e la sorveglianza scoraggiano o rendono impraticabile il passaggio al mare e alla spiaggia pubblica. Anche all'osservatore disinteressato non sfugge, come mi dissero un paio di amici che hanno visitato da turisti queste zone, il fatto che quasi tutti gli impiegati del bar e dei ristoranti, così come gli ambulanti che hanno il permesso di entrare verso sera a vendere prodotti artigianali negli hotel, abbiano un'apparenza stereotipata e tipica, quasi vi fosse una selezione naturale del messicano sornione, piccolino, sempre allegro e scuretto per alcune mansioni di front office o servizio al cliente. Il visitatore europeo o nordamericano viene così immerso completamente nel folclore e nella messicanità autentica proprio come s'aspettava anche se, in realtà, non esce dalle mura della mastodontica casa d'accoglienza che ha deciso di affittare per le sue vacanze nel mondo maya. Invito a verificare.

 


 

Un po' più a sud, Ana, ventunenne guatemalteca, senza vestiti tipici indosso, è da 4 anni a Belize City per lavorare in un ristorante-bar ed ha appena perso il marito in un incidente, ergo, non può e non vuole più uscire di casa, perché passerebbe da svergognata agli occhi di alcuni, come dice la sua datrice di lavoro. D'altronde la città non invoglia, con le sue strade di polvere e traffico, con le sue quotidiane sparatorie e le orde di disoccupati che gozzovigliano per il centro in cerca di "elemosine forzate" e lavoratori in frettoloso rientro. In questa specie di Harlem ottocentesco, Ana forgia il suo presente e reinventa il suo passato raccontandolo malinconicamente agli avventori, tra il lavoro al bar e i B-movie americani trasmessi in televisione nelle ore di bassa del locale.

La sera, sfama e disseta con alcune oneste bottiglie di Belikin, la birra orgogliosamente nazionale, i gruppi di lavoratori, per lo più di origine honduregno, guatemalteco e salvadoregno, che migrano alla ricerca di qualche impiego stagionale nelle strutture turistiche o nell'edilizia. Di solito si tratta dei giovani figli delle guerre civili centroamericane, magistralmente rappresentati dal regista messicano Luis Mandoki nella pellicola Voces inocentes, i cui genitori trovarono rifugio in Belice negli anni ottanta e novanta.


 

Per sei mesi all'anno, l'infrastruttura dei trasporti del paese è sottoposta all'incessante ticchettio delle piogge tropicali che preannunciano uragani di diversa intensità e durata. Verso novembre si respira ma si contano i danni. Il turismo, risorsa fondamentale per l'economia, ne risulta gravemente pregiudicato dato che i siti archeologici e le riserve naturali diventano impraticabili e quindi tutti i visitatori si concentrano sulla costa dove, per lo meno, le strade sono percorribili anche se a costo di dover scendere per alcune centinaia di metri dall'autobus e proseguire a piedi per permettergli di attraversare zone impervie o allagate. Sulle spiagge della meravigliosa baia di Placencia, quasi al confine con l'Honduras, i neri e i mulatti, cercatori di fortune turistiche stagionali, attendono servizievoli le ragazze inglesi e le coppie di canadesi per poter offrire loro alcun servigio o qualche scambio: marijuana in cambio di una cena, una "ragazza sola" o anche "three sisters", come recita un annuncio, tutte insieme in cambio di un pacchetto di dollari, un paio di birre in cambio di semplice compagnia oppure un tour marino personalizzato per accarezzare squaletti e mante in cambio di una cospicua mancia e così via. Chiaramente (quasi) tutto ciò si può fare anche ufficialmente e pagando le salate tariffe ai relativi operatori di settore.


 

Amir, un ragazzo di 33 anni nato in Nicaragua ma cresciuto nei riformatori di Los Angeles e poi emigrato in Belize, offre dell'erba che spesso, sostiene, arriva galleggiando in neri sacchetti di plastica dalla sponda nord della baia, gettata o scartata, secondo lui, da alcune imbarcazioni colombiane che fanno manovra in quella parte dei Caraibi. Anche in Nicaragua, la guerra che, nel 1979, ha visto trionfare i sandinisti del giovane guerrigliero e rivoluzionario Daniel Ortega (attualmente il Presidente eletto del paese centroamericano) contro il regime dittatoriale e dinastico dei Somoza nella persona di Anastasio Somoza Debayle, produsse per un paio di decenni il tragico effetto collaterale di migliaia di rifugiati politici sparsi da Panama a New York, persi nelle Americhe senza patria né nome.

 

 

Amir mi fa vedere orgogliosamente i documenti di residenza regolare in Belize ma la sua carta d'identità, quella vera, sono i tatuaggi che porta come bandiera su tutto il torace oltre ad un paio di vistose cicatrici sulla tempia e sulla guancia sinistra che, mi conferma, sono i segni di un'adolescenza passata al riformatorio e tra alcune pandillas latinas (o gang). Subito dopo, passati i vent'anni, finisce in prigione per 48 lunghi mesi e viene espulso dagli Stati Uniti. Dopo un breve approdo in terra natale e una peregrinazione in Guatemala e in Messico, sbarca in Belize dove vive ormai da oltre un lustro. Cerca amicizia Amir, anche lui adora sapere che succede nel "civilissimo" e moderno Messico, ormai ha chiuso con gli States, vuole parlare spagnolo, la lingua dei suoi genitori morti, e se poi si riesce ad avere un po' di riso e fagioli (un piatto nutritivo d'origine cubano conosciuto anche come moros con cristianos) al ristorante cinese di Placencia, tanto meglio, visto che è più economico e fa le dosi abbondanti. Andiamoci e good luck - perdón - mucha suerte..
 

Sempre sulla costa, ma fuori dalle rute del turismo e dei viaggi organizzati, anche Davi parla inglese perfettamente ed è sudamericana. E' la sua prima lingua e non l'ha appresa negli Stati Uniti perché viene dalla Guayana, un altro territorio dimenticato come il Belize o il Suriname, forse perché spesso questi enclavi, ex colonie o territori, alcuni dei quali sono ancora in mano alle ex grandi potenze (come la Guyana francese, le Antille olandesi, le Malvinas, rivendicate dall'Argentina, e molte isole dei Caraibi), non si considerano come parti integranti dell'America Latina e posseggono, in effetti, identità ibride e sconosciute ai più. La ragazza abita in una triste e tranquilla terra di frontiera, nella città di Corozal che, insieme ad Orange Walk, compone la zona nord del Belize, la più ricca del paese per le sue coltivazioni di zucchero, agrumi e banane che, anche quest'anno, sono state gravemente compromesse dalle inondazioni. La città si presenta come un agglomerato di case di legno, molte fatiscenti, e alcune costruzioni comunali di cemento nella parte più centrale. 

 


 

Dopo le sette di sera il buio pesto, il silenzio e le serrande chiuse s'impossessano delle piazze e delle stradine, tutte organizzate intorno a dei blocks abitativi di forma quadrata perfetta. Pochi girovaghi e i lavoratori che tornano a casa costruiscono la solitudine cittadina che aleggia tra i resti del mercato e il deserto malecón, il lungomare atlantico privo d'innamorati e di musica così come l'altra via principale, la statale che tira dritto per il Messico a cui mancano solo 12 chilometri. Come al solito il visitatore è avvicinato da qualche vagabondo in cerca di una mancia o di un po' di "compagnia interessata" ad un pasto caldo in uno dei tanti ristoranti cinesi o messicani.

 

A Davi tutto questo non piace ma lo sopporta. E' dovuta emigrare dalla Guyana a causa della morte del padre, dopo la fuga a New York della madre e della sorella e, più in generale, per le difficoltà economiche del suo paese, una striscia di terra schiacciata tra il Venezuela, il Brasile e il Suriname. La sua vita scorre tra le casse di un supermercato della periferia e i lavoretti in qualche hotel come guardiana notturna o donna delle pulizie. Il suo grande sogno è poter vedere Chetumal e Cancun, rispettivamente a 20 e a 400 km dalla sua adottiva Corozal dato che, tra un anno, potrà ottenere la residenza permanente e, forse, la nazionalità belizegna che le permetterà di spostarsi lungo il corridoio della riviera maya messicana. Non sono ammessi sgarri né tentazioni ulteriori: non oltre la costa, recitano le norme migratorie messicane.

 

Lei spera così di conoscere le persone giuste per poter poi lavorare a condizioni "migliori" in quella terra così piena di turisti e dove sicuramente servono il suo talento e soprattutto il suo inglese, entrambi ottenuti col duro lavoro e con l'esperienza visto che l'università, dice, "è solo per quei pochi che hanno i soldi e possono perdere tempo, non per noi". Tra qualche anno potrà forse ritrovare la madre e la sorella con cui mantiene vivi i contatti e cerchera di riemigrare dal Messico a New York per continuare la risalita dall'enclave dimenticato al paradiso decadente.

 

 


 


Fotogalleria Belize e altro... QUI:

 

http://www.flickr.com/photos/fabriziolorussobis/sets/72157609232670777/


 

    • Franca
    • 28/11/2009 17:09

    E' stato un piacere leggere quest'articolo. Ho visitato le terre del Messico, Belize, Honduras alcuni anni fa; ho incontrato tanta povertà ma soprattutto tanta dignità per la propria vità. Ho imparato a guardar il cielo e il mare dei caraibi da un'altra prospettiva.

    • lulù Milano Italy
    • 24/11/2009 20:37

    Trovo che la storia del pepenador Ernesto sia l'emblema della povertà della gente del Belize, penso anche che essi vivano tale situazione con molta serenità vista l'espressione molto serena "nonostante tutto" di Ernesto. Ritrovo storie simili nel nostro vecchio ed anche attuale meridione dove il mestiere più gettonato è quello dell'arrangiarsi, un caro saluto.


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